Di blog, viaggi, libri e pensieri sparsi

Da quando scrivo per Chicks and trips mi sono data alla scoperta di blog che parlino di viaggi, diciamo che volevo studiare il nemico. Chiaramente c’è un mondo e lì in mezzo ne ho scelti un po’ e seguo anche le loro pagine facebook e/o i profili di instagram.

Uno in particolare, però, mi suscita fin da quando l’ho scoperto strane sensazioni che avevo difficoltà a definire. Per un po’ ho pensato che la mia fosse pura invidia: essere pagati per viaggiare e scrivere dei propri viaggi, cosa chiedere di più?

Poi l’altra sera leggendo Una cosa divertente che non farò mai più di Wallace ho avuto l’illuminazione! Nel suo saggio Wallace racconta di quando è stato pagato per scrivere un articolo/reportage su una vacanza in una crociera di extralusso. Al capitolo 8 Wallace racconta che anche Frank Conroy (scrittore e professore di scrittura creativa nell’Iowa) ha raccontato la sua esperienza della crociera in un articolo, ma questo è stato pubblicato sulla brochure della Celebrity 7NC (Seven Night Caribbean). E Wallace scrive:

Piuttosto, parte della scorrettezza vera dell’articolo sta nella maniera in cui, ancora una volta, la megacompagnia vende la sua capacità non solo di gestire al millimetro il modo in cui ognuno percepisce la crociera extralusso 7NC ma anche l’interpretazione e l’articolazione di questa percezione. In altre parole, i PR della Celebrity vanno da uno degli scrittori americani più rispettati e gli fanno fare una pre-articolazione e una pre-approvazione della settimana 7NC, e lui lo fa con una professionalità, eloquenza e autorità che pochi profani fra i percettori e gli articolatori potrebbero eguagliare.
Ma la cosa peggiore è che il progetto grafico e la collocazione di «La mia crociera Celebrity…» sono bassamente ambigui e vanno molto al di là di qualunque steccato etico-letterario che, pur consunto, ancora resista. L’articolo di Conroy sembra più che altro un inserto, con pagine più sottili e con margini diversi dal resto della brochure, che danno l’impressione che sia stato tratto da qualcosa di più lungo che Conroy abbia scritto con spirito obiettivo. Ma non è stato così. La verità è che la compagnia Celebrity ha pagato Frank Conroy per farglielo scrivere anche se in nessun punto dell’articolo o della presentazione si trova conferma che si tratta di una prestazione a pagamento, neanche una scritta piccola del tipo messaggio promozionale che compare in basso a sinistra sugli schermi tv durante le televendite della Celebrity. Invece, su questa strana prima pagina dell’articolo pubblicitario c’è una foto pseudo-autoriale di Conroy in atteggiamento pensoso e con un maglione a collo alto, e sotto la foto c’è la bibliografia dell’autore che comprende un classico come Stop-Time, del 1967, uno dei migliori diari letterari del ventesimo secolo, uno di quei libri che ti fanno venire voglia di diventare scrittore.
In altre parole, la compagnia Celebrity presenta le pagine di Conroy come se fossero un vero e proprio articolo e non come una pubblicità. È proprio una scorrettezza. E il motivo è questo: che vengano rispettati o meno, gli obblighi fondamentali di un articolo sono quelli contratti con i lettori. Il lettore, anche se a livello inconscio, lo sa e tende a rapportarsi a un articolo con un livello di apertura e credulità abbastanza alto. Ma un annuncio pubblicitario è una cosa completamente diversa. Gli annunci pubblicitari hanno un determinato obbligo formale e legale di veridicità, ma questi obblighi sono abbastanza ampi da consentire una buona dose di manovre retoriche, più che sufficiente a adempiere all’obbligo fondamentale della pubblicità, che è quello di servire gli interessi economici di chi la finanzia. Qualsiasi tentativo una pubblicità compia di interessare o attrarre chi la legge, non è volto, in ultima analisi, al beneficio del lettore. E il lettore sa anche tutte queste cose – che il fascino dell’annuncio pubblicitario è per sua natura calcolato – e questo è uno dei motivi per cui il nostro stato ricettivo è differente, più guardingo, ogni volta che ci troviamo di fronte a un annuncio pubblicitario.
Nel caso dell’«articolo» di Frank Conroy, la compagnia Celebrity tenta proprio di presentare un annuncio pubblicitario in modo tale che ci avviciniamo a esso stando in guardia il meno possibile e senza difese, proprio come se si trattasse di un articolo, di qualcosa che è arte (o che almeno prova a essere arte). Un annuncio pubblicitario che fa finta di essere arte è – quando va bene – come quando qualcuno vi sorride cordialmente solo perché vuole qualcosa da voi. Questo è già disonesto, ma il peggio è l’effetto finale che tale disonestà suscita in noi: poiché esso offre un perfetto facsimile o simulacro di buona fede senza il vero spirito della buona fede, produce confusione nella nostra mente e alla fine la nostra guardia si alza anche di fronte ai sorrisi sinceri e all’arte vera e alla buona fede. Ci fa sentire confusi, soli, impotenti, arrabbiati e impauriti. Ci fa sentire disperati.
Insomma, per questo particolare cliente della 7NC, l’articolo pubblicitario di Conroy finisce per avere una veridicità che, ne sono abbastanza sicuro, non era nelle intenzioni.

Finito di leggere, ho capito. Quello che mi disturba di quel blog è che si tratta in realtà di pubblicità mascherata (e spesso mascherata male!). Per carità, capisco se che l’ente del turismo di Vattelapesca o la compagnia di hotel TaldeTali ti ospita all inclusive da loro lo fa solo perché si aspetta di leggere da te meraviglie sul loro conto, ma tutto ciò non manca di onestà intellettuale? L’articolo non viene mai presentato come “XXX mi ha pagata per visitare il suo ristorante”, ma come “guardate dove sono stato di bello…”. Una sottigliezza, forse, ma che fa una differenza immane!

Mi sono fatta coinvolgere con gioia nel progetto di Chicks and trips perché amo viaggiare, amo scoprire posti nuovi, culture diverse, sapori sconosciuti. Condividere attraverso parole e immagini i propri viaggi è quello che fa la gioia di ogni viaggiatore appassionato. Trasformare questo “gioco” in un lavoro sarebbe un sogno così grande che ho persino paura a pensarlo, ma credo che in alcuni casi il termine “travel blogger” sia stato distorto ben oltre il suo significato originale. Forse sarebbe opportuno distinguere chi scrive di viaggi da chi fa promozione e pubblicità (lecito, per carità, ma da distinguere).

Tutto questo per dire cosa? Non lo so. Forse solo che toglierò un mi piace da una pagina facebook e che cercherò di essere sempre coerente con me stessa. Soprattutto quando un fanta hotel alle Fiji o in Nuova Caledonia o a Bora Bora (o…. potrei andare avanti all’infinito) mi pagherà per dire meraviglie sulla sua struttura! 😉  Avrò 4 lettori di numero, ma voglio che quei 4 si fidino dei miei consigli, si lascino affascinare dai posti di cui parlo, non temano un fregatura o una pubblicità occulta. 

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